Marionette e Pupi siciliani sono la stessa cosa?

Forse non tutti sanno che la Sicilia, è portatrice di moltissime tradizioni tra cui quella del Teatro dei Pupi che ha radici molto lontane. Non solo, in ogni città siciliana, ci sono tantissime differenze tra Palermo, Monreale, Catania, Acireale, Messina e infine, Siracusa. E’ però importante capire prima di tutto le che cosa sono e perché si distinguono tra: il Fantoccio, il Burattino, e la Marionetta.

Il Fantoccio, è il nome generico che si usa per identificare un manichino articolabile dalla forma umana, spesso con tratti grotteschi o alterati in base al personaggio che si vuole rappresentare. Il materiale varia a differenza della città di costruzione e dalla tradizione locale, puo’ essere realizzato interamente o per metà di stoffa, di cartapesta o di legno.


Il Burattino, il termine viene da “buratto” setaccio di stoffa, è un fantoccio con la testa di legno dalla quale si congiunge una veste di stoffa appunto, che termina a campana. In scena, si presenta quasi a mezzo busto ed è manovrato dalla mano abile del burattinaio, a mò di guanto. A Napoli è chiamato anche “Guarattella”.

 

La Marionetta, il termine deriva da “Marione”, ovvero le “Marie”, figure portate in processione in territorio veneziano, in ricordo delle donne rapite e salvate dopo un irruzione inaspettata dai pirati.
La Marionetta, è un fantoccio interamente in legno e completa di corpo, braccia e gambe. A differenza del burattino, è manovrata con dei fili dall’alto. Una sotto-categoria della marionetta, è rappresentato dai
Pupi Siciliani e Pupi Napoletani, il termine “pupo” identifica e associa in un certo senso, l’altezza di un bambino. I Pupi a differenza delle marionette, sono animati da bacchette di ferro e da cordicelle poste sia in alto, ma anche lateralmente. Il corpo pur essendo interamente scolpito da abili artisti scultori, è in legno pregiato (durabile nel tempo), ricoperto da un’ armatura per via del repertorio teatrale dell’Opera dei Pupi, che riguarda il Ciclo dei Cavalieri di Carlo Magno. Il viso, l’espressione degli occhi, il colore della pelle, dei capelli, e soprattutto il colore delle vesti è un dettaglio molto importante che fa capire allo spettatore, l’identità e la provenienza del personaggio cavalleresco, oltre allo stemma nello scudo. E’ un Pupo di famiglia Palermitana o Napoletana, oppure ancora siamo a Siracusa o a Catania?

 

Una curiosità, in tutti i Paesi del mondo esiste un solo termine di identificazione, per esempio in Inglese i Fantocci, i Burattini, le Marionette e i Pupi si traducono con “Puppet”, stessa cosa in Francese con “Marionnette”. 

E allora potremmo domandarci, Pinocchio era un burattino o una marionetta?

Bella domanda!
In realtà c’è molta confusione, data dal fatto che dalle Marche alla Toscana, il termine del burattino è unico e identifica anche la marionetta. All’estero il problema terminologico è praticamente inesistente, infatti Pinocchio è di fama mondiale ed è associato solo con un termine, a differenza dell’Italia che ne usa tre. 

 

Un po’ di storia….

Possiamo dire che l’uso di “fantocci” al posto delle persone in carne ed ossa, è molto antico. Diverse sono infatti le versioni, c’è chi dice in Cina, un’altra in Egitto o addirittura in Magna Grecia dalla testimonianza di Platone e Aristotele, forse quest’ultima versione è la piu’ appropriata data dalla presenza di rovine greche in Sicilia. Al tempo dei romani si usava il termine in latino “Pupae imculai animatae sigillae e homunculi” confermate dagli scritti di Tito Petronio Albitro e Marco Aurelio. Per questo motivo, si suppone che il termine Pupo a mo’ di “omuncolo”, nasce a Roma. Nel Medioevo per esempio, la Chiesa utilizzò burattini e marionette per educare il popolo analfabeta alle rappresentazioni sacre.

Sebbene la presenza delle Marionette esista anche in Persia, in India e in Cina dove perdura ancora oggi, con una tradizione antica e molto raffinata.

In Italia la rappresentazione delle Marionette, nasce e si diffonde come una forma del tutto popolare, che se ben realizzata l’opera non ha nulla da togliere alle altre forme d’arte anzi, persino Goethe, Cervantes, Bernini, Carlo Goldoni, Mozart, Voltaire e tanti altri artisti del tempo, si cimentarono a menzionarle nelle loro opere e rappresentazioni.

 

La prima testimonianza delle Marionette risalgono nel 1646 a Napoli con lo spettacolo di “Don Quijote de la Mancha” di Miguel de Cervantes, che T.Castiglioni mise in scena in occasione della venuta del vice Re spagnolo.
Dovettero passare due secoli di buio per la
seconda testimonianza, che si ha nei primi anni dell’800 sempre a Napoli diffusi nei quartieri spagnoli, nei quartieri vicino al porto, dove viene creato anche la figura di “DONNA PEPPA” opera di Giuseppina Del Rio. Successivamente vennero creati anche i personaggi di Arlecchino,Pulcinella e Culumbina.

 

Il primo approdo dei Pupi Siciliani… Palermo o Catania?

 

Varie sono le fonti dei primi pupari siciliani e varie sono anche le supposizioni. C’è chi dice che il primo puparo siciliano fosse sbarcato a Palermo, altri invece parlano di Catania.

Ma qual’è la verità?

 

Possiamo dedurre che in base agli studi sulle differenze e sulle caratteristiche dei Pupi Siciliani di Palermo e di Catania, quest’ultimi si somigliano con quelli napoletani. Le poche fonti che abbiamo, parlano del Maestro Gaetano Crimi nel 1835. Si hanno però fonti che risalgono qualche anno addietro, con lo sbarco a Palermo del Maestro napoletano Gaetano Greco che nel 1826 metteva in scena nel capoluogo siciliano, le vicende di Culumbina e Pulcinella e dove il suo allievo Liberto Canino, qualche anno dopo decide di mettersi in proprio contendendosi il primato di essere stato il primo puparo palermitano.

 

Sta di fatto che il 12 gennaio del 1861 a Catania venne fondata l’ “Opera di don Giuvanni” con il primo spettacolo messo in scena de “La Storia i Orlando”. I racconti, si rifacevano alla storia vera siciliana, alla liberazione degli arabi da parte dei Normanni che dall’Europa del Nord, passando dalla Francia, avevano portato l’avversario dei “mori”, Carlo il Magno e i suoi paladini.

 

Caratteristiche dei Pupi Siciliani, a Palermo, a Catania e a Siracusa.

 

Come accennato la tecnica dei Pupi Catanesi è molto simile a quella napoletana, vi è un ponte su cui dall’alto vengono manovrati i Pupi. I personaggi cristiani escono dal lato sinistro, mentre, i personaggi pagani escono dal lato destro dell’operatore. I pupi hanno sempre la spada in pugno nella mano destra e i colori della veste per Orlando è il rosso, per Rinaldo è invece il Verde. Queste caratteristiche sono uguali all’opera napoletana, l’unica differenza è la presenza del filo per il movimento a Napoli, e la presenza di un’asticella nella mano destra della spada a Catania.

L’ Unicum del Pupo Catanese:

 

A Catania sono i F.lli Napoli a sfoggiare i Pupi in Teatro già dal 1921, e i fantocci sono definiti “quasi umani” data l’altezza di 1,20/40 cm circa arrivando a pesare quasi ben 30kg. E proprio per la grandezza del pupo, vi si distinguono 2 figure: il puparo che muove e il “parraturi” che narra. Questi elementi durarono sino agli anni ‘50, poi con l’avvento della crisi dell’opera dei pupi, si dovette escogitare una strategia, rimpicciolire fino a 80 cm per essere piu’ agili e facilmente trasportabili. Oggi il repertorio catanese è piu’ vario, proprio per adattarsi alla società, nasce quindi un personaggio unico del suo genere, Peppinino che è l’unico a parlare in dialetto catanese.

 

[…] alla Sicilia una cosa sola li va riconosciuta ed è quella di non arrendersi e portare avanti la tradizione secolare con tenace, mentre i napoletani hanno sotterrato la tradizione lasciandoci pochissime tracce” 
Michele Izzo, l’ultimo puparo di Torre del Greco, classe 1920.

L’ Unicum del Pupo Palermitano:

A Palermo è la Compagnia Carlo Magno per interesse del Cavaliere Antonio Mancuso, che nel 1928 mette in scena i Pupi Palermitani nel quartiere di Borgovecchio e che, a differenza di quelli catanesi, quelli palermitani sono snodabili, e la caratteristica piu’ importante è che sono abili a sfoderare la spada per poi riporla nel fodero. I fantocci sono alti circa 90 cm e pesano 4-5 kg, e gli occhi dei personaggi piu’ importanti sono di vetro. Nelle battaglie e nei combattimenti, i pupi snodabili hanno la caratteristica di spaccarsi a metà e il puparo coordina animazione e voce in contemporanea.

L’opera ha acquisito così tanto valore artistico che Enzo Mancuso il pronipote del Cavaliere Antonio M. nel 2003 ha aperto il teatro stabile dell’Opera dei Pupi nel capoluogo siciliano.

Una nota importante, sempre a Palermo è quella di Mimmo Cuticchio, regista e imprenditore teatrale che nel 1973 decise di dedicarsi interamente alla tradizione dei pupi creando il Teatro dei Pupi Santa Rosalia, successivamente nel 1977 fonda l’Associazione “Figli d’Arte Cuticchio”. Il lungo lavoro del Cuticchio si differenzia dagli altri, perchè lui riadatta l’opera ai “giorni nostri”, rivisitandola e aggiungendo oltre alle narrazioni tradizionali di Carlo Magno, la narrazione dei periodo dei Borbone in Sicilia, ma anche le farse appartenenti alla vita quotidiana odierna. Mimmo Cuticchio, è il piu’ noto protagonista del teatro dei pupi odierno.

 

[…] Pupi siamo, caro Signor Fifì! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo lei, pupi tutti […].”

 

Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello

L’ Unicum del Pupo Siracusano:

 

A Siracusa, i Pupi Siciliani sono di cartapesta, sono alti circa 80 cm e pesano circa 7 kg. I paladini a differenza di quelli palermitani, hanno le ginocchia rigide e non tutti i personaggi sono muniti di armatura. I pupari contemporaneamente “parlano e muovono”, inoltre, vi è la presenza anche di personaggi femminili con vere e proprie voci di donna, come il personaggio di Angelica. Possiamo parlare dunque di un mix tra scuola palermitana e scuola catanese. A Siracusa, precisamente a Ortigia, vi è la Compagnia Vaccaro-Mauceri che risale in tempi piu’ vicini a noi a partire dal 1978 con la presenza anche di un teatro stabile.

Suoni & Musiche nel Teatro Opera dei Pupi

E’ grazie all’antropologo siciliano, Giuseppe Pitrè che abbiamo notizie storiche sul folclore regionale. I suoi studi e le sue analisi dichiarano che durante gli spettacoli dell’Opra nell’800, la musica che apriva le scene era creata dai tamburi posizionati davanti il teatrino, e i violinisti aprivano lo spettacolo. Quando entrava un personaggio importante in scena, venivano indicati i passi, misurati e gravi. La chiamata alla battaglia era accennata dalla musica della tromba e poco prima della marciata, l’azione veniva accennata dalla musica di un tamburo, le spade dovevano farsi sentire dal pubblico e il ritmo del violino accelerava durante la battaglia. Un lieve batter di piedi dal puparo, dietro la scena indica la fine della lotta, il silenzio e l’inizio del dialogo. Le suonate preferite dagli spettatori duravano circa 15 minuti e servivano da interruzione tra la prima e la seconda parte dello spettacolo.

Lo studioso Ettore Li Gotti, evidenzia la differenza musicale di Palermo legato all’uso di organini di Barberia (piccoli organi a manovella) mentre, a Catania si manteneva l’orchestra e la tromba.

A Messina, la tradizione musicale del teatrino si rifà a quella del puparo Ninì Calabrese dove utilizzava l’accompagnamento musicale ritmato con la chitarra e con il battere dei piedi, invitando così la partecipazione degli spettatori.

A Siracusa, lo studioso Antonino Uccello, indica che le musiche erano realizzate da strumenti a corda quali, chitarra, violini e violoncelli, ma poteva anche capitare, che in alcuni spettacoli vi era assente il sottofondo musicale. Qualche anno piu’ tardi, le musiche vennero riprodotte su audio-registrazioni su nastro magnetico.

Ad Acireale, nacque uno dei pupari piu’ noti del catanese, Emanuele Macrì, che rappresenta in scena “L’annunzio ai pastori della Natività di Cristo”, dove la musica appartiene ad un giovane con la chitarra che canta, mentre da lontano si udono i campanacci di greggi al pascolo.

 

 

I rumori determinano l’andamento delle narrazione, “u scrusciu di l’armi” il rumore delle armi, il rumore delle catene che accompagna l’ingresso dei demoni, le imitazioni degli animali da parte del puparo, sono elementi fondamentali.

Analisi sonore nel Teatro Opera dei Pupi

 

Antonio Pasqualino, analizza gli elementi sonori delle battaglie che sono fissi e verbali e che fungono da apertura e chiusura di esse. Il “cozzare” indica lo strofinamento delle armi, i movimenti delle battaglie nel gergo dei pupari sono chiamate Figure e si distinguono in vari modi e luoghi:

A Catania le figure sono due, la prima figura raffigura i combattenti uno di fronte l’altro, con la mano sinistra reggono lo scudo e con la mano destra hanno la spada che fanno roteare all’altezza del capo. La seconda figura invece, i combattenti si scontrano da lontano.

A Palermo, le figure principali vengono rappresentati da Squadroni che cozzano le armi con la mano destra verso l’avversario con movimenti roteanti, in avanti, a destra, a sinistra, in alto, in dietro e di nuovo a destra.

Mimmo Cuticchio rappresenta la sua battaglia in 4 ritmi e la battaglia viene riprodotta da uno zoccolo in legno dei Pupari, inoltre crea una collezione di strumenti per riprodurre i suoni, si ha infatti l’uso di una conchiglia per imitare i ruggiti del drago ed emettere il suono del “Corno di Orlando”. Una bacchetta di ferro dove vengono infilati dei cerchi in latta, emettono il rumore che accompagna l’entrata del diavolo. Infine, i piani meccanici emettono 10 suonate, tra cui le piu’ importanti sono: il Galoppo, la Battaglia e il Lamento.

 

A Monreale, è rappresentata la Figura detta “dei quattro colpi” dove i cavalieri stanno vicini uno di fronte all’altro, con i loro scudi appoggiati tra di loro, e dove la spada viene spinta in avanti, prima sopra e sotto, e l’avversario colpisce prima dal basso e poi dall’alto, mentre il movimento di abbassare la visiera, prendere la spada e alzarla insieme allo scudo, sono fissi.

 Non mi resta che consigliarvi di andare ad assistere LIVE 
ad uno spettacolo di Pupi Siciliani!
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