Megaliti dell’Argimusco e la Stonehenge siciliana

Megaliti dell’Argimusco definiti la Stonehenge siciliana.

Argimusco, su questo vasto pianoro s’innalzano enormi macigni (megaliti) di calcare che vento e pioggia hanno eroso, modellandoli in strane forme inquietanti. Molto probabilmente si tratta di formazioni naturali, ma la loro forma ha acceso la fantasia delle popolazioni locali. L’Argimusco ha creato in molti l’idea che in passato sia stato un luogo sacro, dove si consumavano antichi riti propiziatori e di ringraziamento in onore del dio Sole. Si pensa che in quel luogo sorgesse una necropoli, infatti intono a questi menhir e dolmen (monumenti funerari) troviamo dislocati numerosi cuburi (Pagghiari in petra). 

 

Affascinanti località grazie alle quali, la Sicilia, entra di diritto nella mappa dei megaliti d’Europa, insieme con Francia, Germania, Inghilterra e Spagna.

 In questi luoghi dell’Argimusco, si trovano molti affioramenti di arenarie adatte alla costituzione di calendari astronomici per la determinazione dei solstizi e degli equinozi, con riferimenti mediante menhir. Alcuni di questi elementi sono costituiti da blocchi di granito, condotti da lontano  e collocati fra le masse delle arenarie caratteristiche dei monti Nebrodi. Altri elementi naturali costituiscono la determinazione delle fasi lunari. Fra gli indicatori astronomici sono collocate alcune figure mitiche come l’Aquila, animale privilegiato che collega la terra al cielo e che indica la collocazione della Necropoli, costituita da dolmen (con annessa camera funeraria). Di epoca successiva sono alcune tombe scavate nelle masse rocciose. Alta e imponente, scolpita sul profilo di una massa rocciosa, si staglia la figura della Dea Neolitica (l’Orante) posta in allineamento con la direzione ovest che ne esalta il profilo al tramonto del sole, ora della giornata adatta alla preghiera. Sulla sommità della roccia è scavata la vasca per la raccolta delle acque battesimali. Due menhir celebrano i riti della fecondità  e dominano la fonte intorno alla quale si celebravano gli incontri per la procreazione. Sono esaltati anche il culto del Sole, della Vita, della Morte e della Preghiera insieme con i riti propiziatori della pioggia e della fecondità della terra, degli animali e degli uomini.

Numerose leggende raccontano di giganti in terra siciliana, storie mitiche che hanno radici molto profonde e iniziano con Polifemo, il ciclope che venne sconfitto con l’inganno da Ulisse e che viveva sull’isola insieme ai suoi sei fratelli.

Anche oggi, salendo sull’altopiano dell’Argimusco, a circa 1200 metri di altezza, è difficile non pensare alla mano di uomini ciclopici guardando i giganteschi megaliti presenti nell’area. L’area dei Megaliti dell’Argimusco, sembra essere uno di quei luoghi dove le potenti forze della Natura si concentrano per creare un’atmosfera così magica ed ancestrale. Ed è proprio l’azione degli agenti atmosferici, principalmente vento e acqua, che ha modellato le enormi rocce, creando megaliti dalle particolari figure antropomorfe e zoomorfe. Tra gli svariati motivi di utilizzo, uno tra tutti acquisì ben presto primaria importanza: l’osservazione del cielo. Così le rocce megalitiche e l’intero paesaggio furono scelti per praticare l’astronomia, per osservare i movimenti degli astri, giungendo a scoprire l’alternarsi delle stagioni e fissare le basi per un pratico e utile calendario.
E così ancora una volta la Sicilia, terra di popoli e viaggiatori, e straordinario contenitore di tradizioni provenienti da civiltà diverse, sembra possedere anche un sito archeoastronomico molto importante. Un luogo che da molti è stato già definito come la Stonehenge siciliana’.
Sull’altipiano dell’Argimusco non è mai stato compiuto alcuno scavo archeologico ufficiale, ma dai reperti pervenuti dalle aree circostanti si può supporre che il sito sia stato antropizzato già dall’Età del Bronzo. In questo periodo della protostoria è molto probabile che il pianoro dell’Argimusco, come nella maggior parti dei siti megalitici europei, sia stato utilizzato come luogo di sepoltura, una sorta di necropoli sacra d’altura.
Il primo studioso che ha intrapreso una ricerca in quest’area, anche se di massima, è il Prof. Gaetano Maurizio Pantano, insegnante e storico di Montalbano Elicona, il grazioso borgo medievale poco distante dal pianoro megalitico. Affascinato dalle innumerevoli strutture rocciose dislocate nell’intera zona che circonda il paese di Montalbano, ed interpretate come segni tangibili di un’antica e sconosciuta civiltà del passato, il Prof. Pantano ha studiato per più un ventennio l’intera area, scoprendo interessanti siti preistorici. Parte di queste ricerche sono confluite nell’ormai famoso saggio “Megaliti di Sicilia”, pubblicato nel 1994. Un altro studioso montalbanese che parallelamente ha svolto indagini di studio sul territorio abacenino è il Prof. Giuseppe Todaro, le cui teorie sono convogliate in diversi libri, tra cui “Alla ricerca di Abaceno”, pubblicato nel 1992.

Così giunti all’Argimusco ed entrando nel percorso di visita dell’area, si incontreranno per primi i due grandi menhir (dal bretone men, pietra, e hir, lungo), due pietre naturali attorno alle quali probabilmente venivano celebrati riti propiziatori dedicati alla fecondità della terra e dell’uomo. Le danze attorno ai menhir si ritrovano spesso nelle culture nordiche antiche, per esempio in numerosi siti megalitici inglesi e bretoni, e l’usanza di effettuare balli o riti intorno a tali pietre è ben documentata tra le popolazioni celtiche. Proprio di fronte ai due menhir, guardando verso est, si possono osservare due grandi megaliti, uno dei quali assomiglia molto ad un mammut, e per questo viene simpaticamente chiamato Margy, sulla falsa riga del simpatico mammifero protagonista del cartoon Disney ”l’Era Glaciale’.Proseguendo lungo il sentiero, avvicinandosi da ovest, si potrà scorgere sul lato meridionale quello che sembra un vero e proprio volto di babbuino. Appena superato questo affioramento, volgendo lo sguardo all’ indietro, si potrà scorgere invece un altro volto molto emblematico, una sorta di faccia umana oblunga, con l’occhio formato da un foro nella roccia, profilo che viene chiamato “il Guerriero” oil Sacerdote”. Quest’area rocciosa viene spesso denominata da Pantano come ‘il Varco del Leone’, ed in effetti, se osservata da ovest ad una certa distanza, sembra proprio di vedere la testa con la grande criniera tipica di un leone.

Il megalite più affascinate dell’area è la rappresentazione dell’Aquila con le ali aperte e la testa rivolta a sud, verso la mole del vulcano Etna.
Poco più a nord del megalite dell’Aquila si entra nella cosiddetta area sacra. E’ sicuramente una delle zone più affascinanti di tutto il pianoro a contatto con l’imponenza della Grande Rupe, la Pietra più grande e maestosa dell’intero complesso megalitico e se osservata da sud, si può scorgere un’impressionante profilo di uomo,
da alcuni denominato ‘il Teschio’ mentre da altri ‘il Siculo’. Questo profilo è stato chiaramente creato dai processi di erosione eolica, ed infatti tutta la grande roccia è caratterizzata da cavità e striature tipiche dell’azione degli agenti atmosferici.
Sotto la Grande Rupe, si può ammirare invece l’altra ‘grande attrazione’ dell’Argimusco: ‘l’Orante’ che volge lo sguardo a settentrione, verso il mare e le isole Eolie. Su un altro grande affioramento roccioso, laRupe dell’Acqua, si staglia infatti il profilo di una figura femminile con le mani giunte, da molti chiamata anche la dea Neolitica. Questo impressionante profilo di donna, che possiede un’altezza di circa 25 metri.
In cima alla Rupe dell’Acqua, proprio sopra il profilo dell’Orante, troviamo uno dei manufatti più misteriosi dell’area: ‘laVasca’. Questa cavità intagliata dall’uomo nell’arenaria, viene definita dal Prof. Pantano come una vasca per la raccolta dell’acqua, che sarebbe poi servita per riti battesimali.La Rupe del Fuoco, una sorta di piano inclinato (30° circa rispetto al piano di calpestio) sul quale si osservano dei piccoli incavi, ormai consumati dall’azione delle acque.

E’ questo ‘il Santuario’. Probabilmente in queste coppelle le genti indigene solevano riporre le loro offerte alla Madre Terra, rappresentata dal profilo l’Orante, in segno di adorazione e devozione.Procedendo il nostro tour conoscitivo dell’Argimusco incontriamo quello che Pantano chiama ‘il Tetraedro’, ovvero ‘la Pietra dei sette scalini’  intagliati nell’arenaria che permettono di giungere alla sua sommità. E’molto probabile che la funzione di questo interessante megalite sia quello di osservatorio.Proseguendo infine verso nord, si giunge nella zona più settentrionale dell’area megalitica, dove sono presenti altri piani rocciosi inclinati ed un megalite fondamentale per l’osservazione astronomica, quello denominato ‘Torre’ o ‘Grande Sedile’. Questo megalite, dalla forma quasi cubica, sorge esattamente sulla linea est-ovest passante per l’altra grande rupe, la Rocca Novara o Rocca Salvatesta, che si staglia con la sua inconfondibile forma sull’orizzonte est. La Torre quindi si configura come un osservatorio equinoziale, un megalite utilizzato per l’osservazione del sorgere del Sole, in modo da creare un vero e proprio calendario utile alla svolgimento delle pratiche agricole e rituali. La Rocca Salvatesta, rupe simbolo del sottostante borgo di Novara di Sicilia, fungeva infatti da indicatore equinoziale, in modo che se durante il corso dell’anno il Sole veniva osservato sorgere alla sua sinistra (a nord dell’est) l’indigeno capiva che si stava andando incontro al periodo estivo, mentre se il Sole sorgeva alla destra della Rocca (a sud dell’est) si andava verso la stagione invernale.

I periodi in cui il Sole sorgeva in prossimità della Rocca Novara coincidevano con gli equinozi. Facendo uso dunque dell’astronomia dell’orizzonte l’uomo antico poteva, con una certa precisione, conoscere l’alternarsi delle stagioni e creare il proprio calendario astronomico.

Il sito dell’Argimusco sembra dunque esser stato utilizzato come area sacra e di osservazione celeste, in un periodo storico che potrebbe andare dalla fine dell’età del bronzo (1500-1200 a.C.) fino al periodo medievale (1400 d.C.). Ultimamente sono stati trovati reperti archeologici che dimostrerebbero tale frequentazione, soprattutto per il grande alchimista Arnaldo da Villanova, ospite di Federico III di Aragona al Castello di Montalbano Elicona nel XIV secolo.
Sempre sulla Rupe dell’Acqua è presente una sorta di trincea a forma di arco, una roccia alla quale si accede attraverso tre scalini intagliata nella pietra, e dalla quale si può avere una rapida visione d’insieme di tutta l’area megalitica, specialmente quella che culmina all’orizzonte sud con il massiccio dell’Etna. Al momento non sappiamo esattamente a cosa potesse servire tale trincea, sembra tuttavia ragionevole una valenza di vedetta e dunque di controllo dell’area meridionale.

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